L’8 marzo è una data importante per noi donne e oggi in gran parte del mondo si sciopera.

Un vero e proprio sciopero globale delle donne: alla tradizionale giornata della donna dell’8 marzo si affianca una iniziativa di lotta e astensione dal lavoro che sta spaccando l’opinione pubblica sulla modalità. Eppure  i motivi di protesta sono molti e tutti condivisibili: gap salariale, difficoltà di sfondare il cosiddetto tetto di cristallo e raggiungere le posizioni apicali. La conciliazione del tempo lavoro- famiglia che spesso resta un miraggio e diventa un ostacolo insormontabile. Molestie e intimidazioni di cui le donne sono vittime in molti luoghi di lavoro, perfino in quelli della nuova economia.

E di questi giorni l’uscita del film Il diritto di contare, che parla delle difficoltà di un gruppo di donne di colore assunte alla NASA per le loro competenze con i numeri che devono affrontare sessismo e razzismo in una volta sola. Il film cerca di farci capire cosa significasse essere una donna di colore negli anni Sessanta: erano gli anni della Guerra Fredda, dalla corsa allo spazio, degli scontri razziali e della nascita dei movimenti per i diritti civili.  Il diritto di contare non riduce il tutto al classico scontro tra bianchi e neri. Fuori delle ore di lavoro queste donne sono infatti anche madri e mogli e c’è la loro storia di lotta per portare avanti e affermare sé stesse anche dentro le mura di casa, non solo alla NASA o nella società razzista dell’epoca.

Ricordiamoci che l’Italia ha dato il diritto di voto alle donne nel 1948, la Svizzera nel 1973 e,  chi come me ha superato i quaranta, ricorderà anche che la prima maratona a cui una donna ha potuto partecipare ufficialmente è stata nel 1984. Prima di allora non era possibile perché qualcuno aveva deciso che la donna non era strutturalmente e fisicamente adatta a correre una Maratona. E prima di arrivare a quel fatidico 1984, anno in cui una donna finalmente entrava nello stadio olimpico dopo 42 km, di lotte e discussioni e imprese ce ne sono volute!

Ci sono volute infatti tre donne per dimostrare pubblicamente che questo non era vero e non era giusto.

La prima fu una piccola donna greca, Stamata Revithi, che nel 1896 decise di correre i 42 chilometri da sola, il giorno successivo alla gara ufficiale delle Olimpiadi, dopo aver trovato tre persone disposte a testimoniare la sua impresa e il tempo di partenza da Maratona. Voleva dimostrare che le donne non solo potevano correre ma potevano partecipare anche alle Olimpiadi, contravvenendo al pensiero di De Cubertain, il fondatore dei giochi olimpici moderni, che pensava che l’inclusione delle donne nelle gare sarebbe risultata “noiosa, antiestetica e scorretta”; la loro più grande aspirazione avrebbe dovuto essere quella di “incoraggiare i loro figli a distinguersi nello sport e applaudire gli uomini per i loro sforzi”.

Alle 8 di quell’11 Aprile 1896, Stamata parte, e dopo 5 ore e 20 minuti arriva ad Atene, dove si scontra con due ufficiali militari che le impediscono di accedere allo stadio Panatinaiko, arrivo della gara ufficiale. Tuttavia ne registrano il tempo di arrivo.  Al traguardo della gara ufficiale, il giorno prima, erano arrivati solo in 9; il vincitore, uomo, aveva corso in 2 ore e 58 minuti.

Nel 1966, invece, l’atleta statunitense Roberta “Bobbi” Gibb mette a segno una nuova impresa contro il divieto di correre la Maratona per le donne e diventa la prima donna a correre i 42.195 metri durante la Maratona di Boston, anche se fuori classifica.

Bobbi aveva tentato di iscriversi regolarmente alla gara, ma l’ingresso le era stato vietato. Come Stamata, non si diede per vinta.  Il giorno della gara si nasconde vicino alla linea di partenza e, quando fu dato il via, entrò nella mischia e iniziò a correre con gli altri atleti. Il pubblico reagì positivamente e l’incoraggiò e la sostenne fino al suo arrivo in un tempo di 3 ore e 21 minuti, davanti ai due terzi dei partecipanti.

Anche lei non entrò in classifica, ma fece un’impresa che anni dopo fu di ispirazione per Kathrine Switzer, la prima donna a partecipare ufficialmente alla manifestazione sportiva. Le regole non erano cambiate; Kathrine si era iscritta come K.V. Switzer, un dettaglio sfuggito agli organizzatori, i quali l’hanno inconsapevolmente autorizzata a partecipare.

Il giorno della gara Kathrine si presenta alla linea di partenza con il suo pettorale, unica donna tra i 741 iscritti. Dopo aver percorso i primi chilometri in tranquillità e senza dare troppo nell’occhio, il gruppo viene raggiunto e fiancheggiato dal furgone della stampa, da dove spunta il direttore di gara Jocke Semple, inferocito per l’affronto al regolamento, che rincorre e spintona Kathrine, al grido di: “Get the hell out of my race and give me those numbers!”, nel tentativo di strapparle il pettorale e impedirle di continuare la gara. Se ormai si poteva accettare una donna in gara in maniera ufficiosa, di certo non era ammissibile che ve ne fosse una con un pettorale regolarmente registrato che la mettesse sullo stesso livello dei colleghi di sesso maschile. Due amici di Kathrine riuscirono a fermare Semple, e lei riuscì a correre l’intero percorso raggiungendo il traguardo in 4 ore e 20 minuti.

Ma non fu abbastanza e ci vollero ancora anni di dibattiti e contestazione prima che le donne fossero ammesse ufficialmente a una Maratona.

Quindi oggi mi piace ricordare questo: che ci sono donne che ogni giorno conquistano un pezzetto di strada per noi e a loro dobbiamo essere grate. E forse domani questo pezzetto di strada saremo noi o le nostre figlie a percorrerle per raggiungere nuovi traguardi.

Ricordiamoci di questo, oggi, quando infileremo le nostre scarpette da running e andremo in strada con la tabella della nostra prima o prossima Maratona.

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